L’attuale emergenza sanitaria, oltre alle migliaia di vittime cui in primis è rivolto il nostro pensiero, porterà effetti di carattere economico per molto tempo.

Per fronteggiare l’emergenza sono state immediatamente prese delle misure di sostegno a favore sia di cittadini che imprese, per cercare di arginare tali effetti.

Ontologicamente, detti provvedimenti hanno carattere temporaneo e forniscono esclusivamente misure parziali e temporanee ma altrettanto ineludibili al fine di evitare che la crisi possa degenerare.

Una volta che tutto sarà quantomeno stabilizzato, bisognerà però pensare a nuove misure che, anche nel lungo periodo, possano far sì che le conseguenze del COVID-19 non inficino del tutto quanto di buono ha fatto l’economia italiana nel corso degli anni.

Dovranno essere introdotte delle misure che, a fianco di quelle emergenziali, abbiano un carattere strutturale e definitivo, tali da poter dare un nuovo slancio all’economia reale, principalmente attraverso il rilancio dei consumi e degli investimenti.

Fermo restando le misure di politica monetaria di carattere sovranazionale che mantengano dei tassi di interesse sui depositi negativi (finalizzati ad incentivare proprio i consumi e gli investimenti piuttosto che il risparmio nelle sue varie forme), vorrei condividere un’idea, piuttosto articolata, relativa ad alcune misure che potrebbero ottenere effettivamente questi risultati.

Questo intervento non ha né carattere polemico, né tantomeno politico, ma resta un semplice contributo di idee.

Il problema principale è quello di dare liquidità al mondo produttivo ed ai consumatori , liquidità necessaria per:investimenti, acquisti di materie prime, salari e consumi.

A tal fine l’ultimo decreto legge ha previsto l’intervento in prima battuta dello Stato, quale garante di appositi prestiti a favore delle imprese, per dar loro modo di ripartire.

È un incipit necessario per poter permettere di ottenere nell’immediato quella liquidità destinata al pagamento dei fornitori da un lato e al rilancio della produzione dall’altro.

Un’altra forma di finanziamento, che in linea teorica dovrebbe costare meno e alle imprese e allo Stato potrebbe essere, questa volta in un orizzonte temporale più ampio, la seguente: l’emissione di un prestito di solidarietà da parte dei grandi investitori istituzionali (società quotate e banche) allo Stato, che possa permettere a quest’ultimo di sospendere in tal modo i versamenti IVA.

Poiché attualmente i tassi di deposito presso la BCE sono negativi (-0,40%) si tratterebbe in buona sostanza, seguendo le linee di politica monetaria dello stesso Istituto centrale, di finanziare lo Stato il quale a sua volta, provvederebbe a finanziare direttamente tutte le imprese attraverso un rinvio dei versamenti IVA.

In pratica i soggetti che rivolgono la loro attività al consumo finale tratterebbero in cassa (sulla base di specifica opzione) la quota parte delle somme incassate relative all’imposta sul valore aggiunto, il cui versamento sarebbe poi “splittato” in un arco temporale predefinito a partire dal mese di gennaio 2022.

In questo modo di fatto si generebbe una liquidità in capo agli autonomi, alle ditte individuali e a tutte quelle piccole imprese che maggiormente hanno subito gli effetti del lock-down.

La liquidità incassata sarebbe pari all’incirca al 22% del fatturato (dipende ovviamente dalla tipologia di beni oggetto di transazione e della relativa aliquota, ma per il 70% dei casi si tratta di questi importi), in luogo del 25% per cui attualmente è prevista la possibilità di richiedere la garanzia statale (peraltro solo sull’80%-90%).

Il vantaggio per la categoria di imprenditori/piccole aziende, consisterebbe materialmente nel garantirsi un prestito ponte, assolutamente gratuito, attraverso il quale poter sopperire alla crisi di fatturato dovuta ai mesi di lock – down.

Rappresenterebbe inoltre un grande incentivo alla qualità del proprio lavoro perché nei fatti, maggiori saranno le vendite, maggiore la liquidità ottenuta nel breve periodo, dando un ulteriore incentivo alla competitività aziendale.

Tale ipotesi permetterebbe allo Stato di evitare a monte i possibili casi di frode perpetrati su detti finanziamenti.

Infatti non sarà possibile il verificarsi dell’ipotesi di società che artatamente richiedano il finanziamento, ottengano i fondi e poi di fatto spariscano; il finanziamento sarebbe infatti ottenuto e maturato direttamente “on the field” e non concesso a priori.

Tale aspetto non va sottovalutato perché l’urgenza del momento impone una snellezza dei controlli tale da aumentare i rischi che vengano attuate ipotetiche condotte fraudolente attraverso la trasmissione di documentazione a supporto volutamente artefatta o contenente dai errati e/o fittizi.

Nello specifico le risorse che lo Stato dovrebbe teoricamente mettere in campo, al netto di tutte quelle sinora garantite, ammonterebbero a circa 100 Miliardi, cifra che tiene conto del gettito IVA al netto di compensazioni e crediti che è stato pari a 98 Miliardi nell’anno 2017 (a fronte di un gettito lordo pari a 114 Miliardi).

L’importo così determinato potrebbe essere ulteriormente ridotto introducendo contestualmente una eliminazione, o comunque sterilizzazione, dell’imposizione IVA nei vari passaggi intermedi delle filiere produttive, per applicare l’imposta solo al momento dell’immissione in consumo del bene (o della esecuzione della prestazione) e quindi nei confronti del consumatore finale.

Una novità del genere si inserisce a pieno titolo nel quadro emergenziale perché aumenta la competitività delle imprese e, contestualmente, limita fortemente la possibilità di frodi all’IVA (c.d. frodi carosello, indebite compensazioni, fatture false) permettendo così di indirizzare parte delle attività di controllo su altri aspetti in questo momento di maggiore urgenza, riducendo di riflesso il gettito di circa 6 Miliardi (dato calcolato sul volume d’affari complessivo delle vendite dirette ai consumatori finali che è stato nel 2017 pari a 92 Miliardi).

Un’ipotesi del genere farebbe sì che siano gli stessi consumatori a prestare i soldi alle imprese, anziché le banche.

Le banche al contempo dovrebbero erogare il finanziamento solo nei confronti dello Stato, il quale con questo prestito (finalizzato alla copertura del mancato gettito IVA) potrebbe proseguire in modo ordinario la propria attività.

Il costo materiale per lo Stato deriverebbe dal differenziale tra il tasso di interesse erogato nei propri confronti da parte dei soggetti istituzionali coinvolti, rispetto al tasso zero che dovrebbe caratterizzare il posticipo del versamento IVA (ipotizzando un tasso dell1% annuo, in tre anni avremmo un costo di circa 1,5 Miliardi).

In realtà, in merito alla modifica dell'attuale sistema IVA, vi sarebbero due obiezioni di fondo: una di carattere economico finanziario derivante dalla ocnsiderazione che l'imposta cositutisce una risorsa propria del bilancio europeo; l'altra di carattere normativo in quanto le modifiche al funzionamento dell'imposta dovrebbero essere indicate dall'Unione stessa.

In realtà entrambe risultano superabili.

In merito alla plausibile obiezione circa il fatto che l’IVA rappresenta una risorsa propria del bilancio dell’Unione Europea, al fine di evitare la violazione dei Trattati, il contributo da versare al bilancio comunitario resterà intatto e calcolato secondo le previste modalità: applicando un'aliquota fissa di prelievo, pari allo 0,30%, sulle basi imponibili di ciascun Stato membro che sono armonizzate con un complesso meccanismo di calcolo, per rendere il più possibile omogeneo l'esborso per ogni Stato membro.

La fonte finanziaria però non sarà in senso stretto il gettito IVA, bensì una quota parte del finanziamento statale ottenuto proprio per garantire l’operatività ordinaria dello Stato e, pertanto, anche il versamento del contributo dovuto all’Unione Europea.

Circa la fonte normativa dell'Imposta, evidenzio come già la DIRETTIVA (UE) 2018/2057 del Consiglio dell'Unione Europea del 20 dicembre 2018 che modifica la direttiva 2006/112/CE relativa al sistema comune d'imposta sul valore aggiunto con riguardo all'applicazione temporanea di un meccanismo generalizzato di inversione contabile alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi al di sopra di una determinata soglia" prevede espressamente che:

Nella direttiva 2006/112/CE è inserito l'articolo seguente: "Articolo 199 quater 1. In deroga all'articolo 193 uno Stato membro può fino al 30 giugno 2022 introdurre un meccanismo generalizzato di inversione contabile per le cessioni e prestazioni non transfrontaliere, stabilendo che il debitore dell'IVA sia il soggetto passivo nei cui confronti sono effettuate tutte le cessioni di beni o prestazioni di servizi al di sopra di una soglia di 17 500 EUR per operazione."

Anche a livello comunitario si stanno valutando modifiche finalizzate ad eliminare l'applicazione dell'imposta nei vari passaggi intermedi, e seppur vero che questa direttiva ha finalità prevalentemente antifrode, ben si potrebbe attuare in un momento di crisi globale quale quello attuale, anche mantenendo il limite ivi previsto di € 17.500, sarebbe un considerevole aiuto per tante imprese.

L’altro passaggio dovrebbe essere incentivare i consumi dei cittadini.

In questa fase la categoria dei cittadini può essere così distinta:

  • soggetti che purtroppo hanno perso il lavoro o lo perderanno, e quindi dovrebbero rientrare nella più ampia platea dei percettori del reddito di cittadinanza, il cui costo, stando ai dati del 2019, dovrebbe probabilmente aumentare;

Al riguardo non si hanno elementi tali che permettano di stimare la variazione ti tale spesa, ma se per il 2019 si è attestata su poco più di 6 Miliardi di euro, non dovrebbe superare per il 2020 e 2021 i 9 Miliardi considerando questa ulteriore erogazione nei confronti di tutti i soggetti che hanno perso il lavoro o che non troveranno mezzi di sostentamento finché l’economia non sarà ripartita.

  • soggetti che probabilmente non saranno incisi da questa emergenza, ovvero dipendenti pubblici e dipendenti di grandi aziende che sono rimaste fuori dalla crisi economica in essere e le cui posizioni alla fine saranno addirittura avvantaggiate in via indiretta dalla inevitabile diminuzione dei prezzi.

In ogni caso si dovrà procedere attraverso specifici incentivi dei consumi di tutti i contribuenti, sia di quelli che lo faranno con meno difficoltà che di quelli che invece subiranno maggiormente gli effetti della crisi.

Il tutto però dovrà essere assolutamente calibrato rispetto ai rischi evasivi connessi. Ciò in quanto perché la tentazione di non fatturare le proprie vendite, in un periodo di crisi, sicuramente aumenta in misura proporzionale se non esponenziale.

Il modo attraverso il quale raggiungere efficaci risultati:

  • in termini di rilancio dei consumi;
  • concessione di liquidità alle imprese attraverso il rinvio del versamento IVA,

non può prescindere da una connessa politica di contrasto all’evasione più che mai pregnante.

Ed ecco che la possibilità di stimolare il conflitto di interessi tra contribuenti, ritorna più che mai come elemento cardine ed imprescindibile per ottenere i risultati sperati, senza perdere sul campo gran parte dei loro effetti.

Per tale motivo, in questo momento storico più che mai, l’introduzione del sistema della No Deduction Area (che prevede la possibilità per tutti di detrarre tutte le spese secondo le modalità indicate nelle altre pagine del sito), seppur dopo aver raggiunto un livello minimo di spesa, potrebbe rilevarsi efficace permettendo la realizzazione di quel conflitto di interessi effettivo determinante per portare all’emersione tutte le attività sommerse.

Parallelamente anche le aliquote fiscali attualmente vigenti dovrebbero essere a loro volta modificate, proprio al fine di incentivare ancora di più i consumi (mantenendo anche i tassi di interesse bassi per moltissimo tempo di modo da far preferire la spesa al risparmio).

Nello specifico il costo della No Deduction Area, con la contestuale riforma delle aliquote era stato stimato in 12 Miliardi in termini di imposta netta che si riducono però a 6 in termini di imposta lorda (vgs. pagina Le Stime).

L’effetto, alla luce della nuova emergenza in corso sarà poliedrico:

  • Incentivo ai consumi;
  • Rilancio economia;
  • Maggiore liquidità per le aziende;
  • Minore rischi di frode per lo Stato sui finanziamenti;
  • Minore evasione, sia sul lato II.DD. che IVA.

Pertanto in termini economici una riforma complessiva del sistema attualmente vigente e finalizzato esclusivamente a rilanciare consumi ed aumentare la liquidità in capo alle imprese, costerebbe, rispetto alle somme dell’ultima Manovra:

  • 1,5 Miliardi ipotetici per gli interessi sul prestito ponte triennale;
  • 12 Miliardi per la riforma II.DD.;
  • 6 Miliardi per il mancato gettito IVA;
  • 3 Miliardi per l’ulteriore spesa relativa al reddito di cittadinanza.

Per un totale di 22,5 Miliardi di euro.

A questi però andrebbero sottratti i maggiori introiti della lotta all’evasione IVA (quelli relativi alla evasione sulla II.DD. sono invece già compresi nella riforma della No Deduction Area) che, seguendo le medesime stime fatte per questa ultima ipotesi di riforma, ammonterebbero a circa il 20% sui 35 Miliardi di evasione IVA attualmente stimati, per un totale di 7 Miliardi.

Insomma con 15,5 Miliardi potrebbe vedere luce una complessiva riforma fiscale che:

  • sostenga le aziende dando loro liquidità;
  • riformi in toto l’attuale sistema;
  • combatti le varie forme di evasione e limiti le frodi sul nascere.

 

 

[1]  Fonte: https://openbdap.mef.gov.it/it/Home/ContribuzioneAlBilancioUE.